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Capitolo 36: I Due Gesù — Colui che Rideva Sopra la Croce e Colui che vi Era Inchiodato

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Ovvero: l’Uomo e l’Apparato — chi fu inchiodato, chi se ne andò, e chi rideva

Gli «eretici» più antichi non discutevano di ciò che oggi crediamo discutessero. Non si chiedevano se Gesù fosse divino. Si chiedevano qualcosa di molto più inquietante: chi fosse esattamente sulla croce.

E quella domanda, posta millenovecento anni fa, non è mai stata chiusa. È stata soltanto dichiarata chiusa.

1. I testi del sostituto

Nell’Apocalisse di Pietro, un testo ritrovato a Nag Hammadi, Pietro osserva la crocifissione e vede due cose insieme. Uno viene inchiodato. L’altro sta sopra la croce e ride. Chiede al Salvatore che cosa stia vedendo, e la risposta è inequivocabile: quello sopra il legno, lieto e ridente, è il Gesù vivente; quello nelle cui mani e nei cui piedi conficcano i chiodi è la sua parte carnale, il sostituto.

Nel Secondo trattato del grande Seth, dello stesso corpus, la voce è quella di Gesù stesso: un altro portò la croce sulla spalla, a un altro posero la corona di spine. E lui, guardando: «ridevo della loro ignoranza».

Basilide, maestro alessandrino del secondo secolo, dice nel resoconto di Ireneo qualcosa di ancora più concreto: Simone di Cirene, l’uomo costretto a portare la croce, fu trasfigurato e crocifisso per errore, mentre Gesù stava lì accanto e rideva di loro.

Una precisazione di onestà, che faccio perché voglio che questo testo regga anche davanti a chi conosce davvero la materia: Ippolito dà una versione diversa dell’insegnamento di Basilide, e se Ireneo lo abbia riportato fedelmente o caricaturato per confutarlo è questione ancora discussa dagli studiosi. Non conta per l’argomento. Anche se Ireneo ha esagerato, l’idea l’ha sentita da qualche parte — e l’ha ritenuta abbastanza pericolosa da combatterla per iscritto.

E Cerinto, sempre attraverso Ireneo, dà la versione più tecnica di tutte: il Cristo discese sull’uomo Gesù al battesimo e lo abbandonò prima della passione, perché ciò che è impassibile non può soffrire.

Quattro fonti, una sola struttura: colui che ha sofferto e colui che se n’è andato non sono lo stesso.

Non vi chiedo di crederci sulla parola. Vi chiedo di notare che le persone più vicine nel tempo all’evento — a una o due generazioni di distanza, non a duemila anni — discutevano esattamente di questo. E la Chiesa non li ha confutati con prove. Li ha tolti dal canone e ha sepolto i loro libri. I testi di Nag Hammadi sono usciti dalla terra solo nel 1945, in una giara, nell’Alto Egitto. Che cosa vi è permesso leggere è stato deciso molto prima che nasceste.

2. Il grido che non è una citazione

«Eli, Eli, lemà sabactàni.» Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato.

La spiegazione ufficiale è che stia citando il Salmo 22. Cioè: un uomo che muore per asfissia, con il diaframma bloccato, il torace tirato verso l’alto dal proprio peso, raccoglie l’ultima aria nei polmoni per fare un rimando bibliografico. Questo ci viene chiesto di accettare.

La lettura separazionista è più semplice e più umana. Non è una citazione. È una constatazione. È il momento in cui l’uomo sulla croce riferisce, in tempo reale, che qualcosa che era in lui non c’è più.

Notate che non dice «perché mi lasci soffrire». Dice «perché mi hai abbandonato». Non è una lamentela sul dolore. È un’osservazione sull’assenza. Due cose completamente diverse, e la lingua non le confonde.

Chi ha mai sentito una presenza ritirarsi da sé sa che la prima reazione non è teologia. È panico.

3. La domanda che nessuno pone: era d’accordo?

Ecco il buco in tutta questa discussione vecchia di due millenni. Tutti litigano su che cosa sia entrato in quell’uomo e su quando ne sia uscito. Nessuno chiede se l’uomo sia stato interpellato.

Ci sono tre possibilità, e ognuna porta in una direzione morale completamente diversa.

Ha acconsentito, sapendo tutto. Allora è un atto di coraggio quasi impossibile da abbracciare — e l’Apparato che ne ha accettato l’offerta resta comunque un apparato che ne aveva bisogno.

Ha acconsentito, ma non gli è stato detto tutto. Quella non è un’offerta, è un reclutamento. La differenza tra un volontario e un uomo indotto con l’inganno a firmare è l’unica cosa che conta in un contratto, chiunque siano le parti.

Non è stato interpellato affatto. Allora il Golgota non è un sacrificio. È una requisizione.

E se guardate al Getsemani — «se è possibile, passi da me questo calice» — vedete un uomo che negozia, all’ultima ora, una via d’uscita. Non è il linguaggio di chi ha firmato liberamente e con piena cognizione. È il linguaggio di chi ha capito tardi che cosa stia per accadere e cerca di ritirarsi.

Tenete a mente questa domanda. Torna alla fine, e da essa dipende tutto il verdetto.

4. Quello che so, non dai libri

Ho sempre voluto sapere perché sono nato, da dove vengo e dove vado dopo la morte. Prima della prima esperienza che racconto qui, ho chiesto esplicitamente di conoscere la verità. Di vedere che cosa c’è oltre.

Sono uscito attraverso una spirale. Io al centro, e tutt’intorno, che scorreva come in un imbuto, tutta la mia vita — dall’istante in cui sono uscito da mia madre all’istante in cui mi sono sdraiato sul letto per cominciare.

Poi mi sono ritrovato nello spazio.

Ero come un astronauta in mezzo allo spazio. Vedevo le stelle. Fluttuavo. E la cosa principale, quella che mi è rimasta, è che sapevo di esistere, ma non avevo corpo. Nessuna forma. Ho cercato le mie mani, i miei piedi — non c’erano. Io c’ero. Vedevo come se avessi occhi, ma non avevo occhi.

Allora ho sentito una voce dietro di me. Vecchia, maschile. Mi ha detto una cosa sola:

«Perché cerchi qualcosa che avrai per un’eternità e non godi degli attimi che hai da vivere sulla Terra?»

E subito mi è venuto un pensiero: sono nello spazio, e nello spazio non posso respirare. È entrata la paura di soffocare. Istantaneamente sono stato risucchiato indietro attraverso la spirale, con la vita che mi scorreva di nuovo intorno, e mi sono svegliato nel corpo.

La seconda volta

La seconda esperienza è stata ancora attraverso lo spazio, ancora senza corpo, ma questa volta seguendo le indicazioni di Thoth. So che cosa si dice delle Tavole di Smeraldo — che siano una storia di fantascienza scritta da qualcuno che si annoiava. Non entro nel dibattito sull’età o sull’autenticità del testo, perché non posso risolverlo e non è per quello che scrivo.

Dico soltanto questo: nel libro ci sono istruzioni per uscire dal corpo. Le ho seguite. E sono arrivato da qualche parte. Per me, personalmente, questo ha risolto la questione se sia o no un libro di sciocchezze — chi inventa una storia non ci lascia dentro una procedura che funziona.

Lo stesso tunnel, con la mia vita che scorreva intorno. Poi lo spazio, senza corpo, ma esistendo.

Sono arrivato a un cancello d’oro, chiuso, in mezzo allo spazio. Mancava pochissimo perché lo raggiungessi e lo aprissi. Tra le sbarre del cancello si vedevano dei gradini, che salivano verso qualche luogo.

Ed ecco il dettaglio che non riesco a togliermi dalla testa nemmeno oggi: non si poteva entrare dai lati. Anche se ero nello spazio aperto, dove non esistono «lati». Solo dal cancello. Il cancello non era una porta in un muro — non c’era nessun muro. Eppure aggirarlo non era un’opzione.

Quando ero vicino, sono apparse tre entità che correvano a zig-zag. Non scorrevano nello spazio; lo tagliavano, con bruschi cambi di direzione. Ho «sentito» che non mi volevano bene. Nessuno mi ha minacciato, nessuno mi ha detto nulla — semplicemente l’ho saputo.

Mi sono ricordato che dovevo correre in spirale, altrimenti mi avrebbero preso. Ho cominciato a girare, e sono stato risucchiato di nuovo nel vortice. Ho rivisto tutta la mia vita. Mi sono svegliato nel corpo.

Che cosa ne ricavo, e che cosa no

Non racconto queste cose come prova per nessuno. Non le ho mai scritte da nessuna parte fino ad ora e non ho motivo di mentire — non vendo nulla, non chiedo nulla, non tengo conferenze. Sono esperienze reali, mie. Chi vuole crederci, bene; chi non vuole, altrettanto bene. Le metto qui perché cambiano il modo in cui leggo il resto di questo capitolo, ed è giusto che sappiate da dove parlo.

Primo: la coscienza non ha bisogno di un corpo per esistere. Senza mani, senza piedi, senza volto — e tuttavia interamente io, con percezione completa, con la vista e senza occhi. Esattamente ciò che i testi descrivono di colui che «se n’è andato»: non è evaporato, si è disaccoppiato. E se una coscienza può lasciare un veicolo lasciandolo ancora funzionante, allora «se n’è andato prima dei chiodi» smette di essere una figura retorica. Diventa una descrizione tecnica.

Secondo: la spirale funziona nei due sensi. All’andata e al ritorno, la stessa spirale, con tutta la vita che scorre intorno come in un imbuto. Questo smonta un’idea che tutti ripetono: che la vita si srotoli «alla morte», come bilancio morale. Se fosse un bilancio, avrebbe senso in un solo senso. A me si è srotolata ogni volta, all’andata e al ritorno, quattro volte in due esperienze. Non è giudizio. È un protocollo di transito. Un controllo di frontiera, identico nelle due direzioni. Ho scritto nel capitolo 30 dell’amnesia al rientro come prova che il riciclo non è pedagogia. Eccone la meccanica, vista dall’interno.

Terzo: mi ha tirato fuori la paura, non una decisione. La prima volta mi ha riportato indietro il pensiero che nello spazio non si può respirare — il riflesso di un corpo che in quell’istante non avevo nemmeno. Un corpo fantasma ha premuto un pulsante reale. Ricordatelo: la paura funziona da guinzaglio anche là dove non resta più nulla da temere. Se qualcuno volesse tenere una coscienza legata a un veicolo, non gli servirebbero catene. Gli basterebbe un riflesso ben piantato.

Quarto, e il più difficile da digerire: il cancello. Una barriera nello spazio aperto che non puoi aggirare, benché non abbia lati. Quella non è una costruzione fisica. È una condizione di accesso. E se c’è una barriera, qualcuno ce l’ha messa, ed esiste un criterio che io non soddisfacevo.

Quinto: i guardiani. Tre, in movimento a zig-zag, apparsi esattamente quando ero vicino. Nel capitolo sugli Arconti ho scritto dei guardiani delle sfere — le entità che, nei testi antichi, stanno a ogni soglia che l’anima deve attraversare. Quel capitolo l’ho scritto dai testi. Non è stato comodo scoprire che la descrizione corrispondeva a qualcosa che avevo già visto.

E ora la parte che non affermo, perché sia chiaro: non sostengo che questo dimostri qualcosa per qualcun altro. Non so se il cancello sia «reale» nel senso in cui è reale una porta. Non so se le entità fossero coscienze o riflessi della mia stessa mente. Non ho modo di saperlo, e chiunque vi dica di saperlo mente o si illude.

Quello che so è molto meno, e molto più solido: sono esistito due volte senza corpo, e ogni volta ero io. Il resto è imballaggio. E un apparato che è bravo con gli imballaggi non ha, per questo, alcun diritto sul contenuto.

5. Le anomalie del dopo

Se qualcuno se n’è andato, la domanda successiva è chi sia tornato. E i racconti della resurrezione hanno una stranezza che le prediche saltano sempre: nessuno lo riconosce.

Maria Maddalena, che lo conosceva bene, lo scambia per il giardiniere. Due discepoli camminano con lui sulla strada di Emmaus per ore, parlano con lui, e se ne accorgono solo a tavola, quando compie un gesto familiare — allo spezzare del pane, non alla vista del volto. Appare in stanze con le porte chiuse a chiave. Eppure mangia del pesce per dimostrare di essere solido, e mostra le ferite perché lo si possa toccare.

Solido, ma non riconosciuto. Tangibile, ma capace di attraversare le porte.

Non è la descrizione di un corpo guarito. Un corpo guarito appare come prima, solo rimesso a posto. Questa è la descrizione di un corpo nuovo con una coscienza trasferita dentro. Gli stessi ricordi, gli stessi gesti, la stessa voce — altro imballaggio. Per questo il riconoscimento arriva sempre attraverso il gesto, la voce, l’abitudine, e mai attraverso il volto.

E chi ha letto il capitolo su Lazzaro sa che non sto improvvisando: è la stessa meccanica, applicata due volte, a poche settimane di distanza, dagli stessi operatori.

6. La risata sopra la croce

Resta l’immagine. E non è la croce.

Non i chiodi. Non la sofferenza che ci hanno insegnato a guardare fino a intorpidirci, fino a portare al collo uno strumento di tortura senza più chiederci che cosa sia.

La risata.

Il vivente, sopra, che ride della loro ignoranza. Non dell’uomo — mai dell’uomo sul legno. Del meccanismo. Dell’apparato convinto che tenendo un corpo tenga anche l’essere. Degli esecutori che fanno il loro lavoro con cura, controllano, spingono la lancia tra le costole, sigillano la pietra, mettono la guardia — e non toccano nulla di ciò che contava.

Ho scritto nel capitolo sugli Arconti che non sopportano il riso, perché il riso è la frequenza della libertà: dice «ti vedo, e non ho paura di te». E l’immagine più antica di quel riso non è una metafora che ho inventato per sostenere la mia teoria. Sta in un testo sepolto nel deserto più o meno quando si decideva che cosa vi sarebbe stato permesso leggere.

Qualcuno è stato sopra il più efficiente macchinario di sofferenza mai costruito, l’ha guardato in piena attività, e ha riso.

Non è cinismo. Il cinismo ride delle persone e le lascia lì. Quel riso rideva del meccanismo, mentre l’uomo sulla croce veniva trattato con tutta la gravità che meritava — perché era l’unica cosa reale dell’intera scena.

Questa è la posizione che cerco, e che raccomando: vedere tutto, non avere paura, e non scambiare mai l’apparato per la Fonte.

E se siete mai usciti da voi stessi e siete tornati, sapete già la parte che nessuno può togliervi: siete esistiti senza mani, senza piedi e senza volto, ed eravate ancora voi. Il resto è imballaggio. E loro non hanno mai avuto accesso ad altro che all’imballaggio.

Nel capitolo successivo mi occupo di che cosa abbia fatto l’Apparato con quella scena una volta finita. Perché la parte davvero redditizia non è stata l’esecuzione. È stata ciò che vi è stato costruito sopra.

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